Come cambia la politica ai tempi di Draghi: in mezzo al guado

L’ampia analisi del vicedirettore del Corriere della Sera Antonio Polito, tra pandemia, scenari, nuove virtù e vizi consolidati. Tutto questo mentre, in un contesto di incertezza, si apre all’orizzonte la battaglia per il nuovo inquilino del Quirinale

Antonio Polito Bcc Abruzzi E Molise
10 dicembre 2021
La Mia Banca | 

Una politica che tende al basso, ma non parte dal basso. Realismo e arguzia, eleganza stilistica e capacità di analisi: a ben vedere, c’è tutto questo nella frase icastica che chiude la lunga intervista che ci ha concesso Antonio Polito, vicedirettore ed editorialista del Corriere della Sera, volto noto della tv, tra i più attenti conoscitori della vicenda politica italiana. Una chiacchierata a trecentosessanta gradi sulla politica dei giorni nostri, con un giornalista che da sempre ha fatto del realismo, dell’arguzia, dell’eleganza stilistica e della capacità di analisi della politica di casa nostra il suo tratto distintivo. Inconfondibile.

 

Dottor Polito, gli ultimi due anni di pandemia hanno cambiato la politica italiana? Se sì, come?

Sicuramente hanno cambiato il governo. Quello precedente non ha retto la gestione dell’emergenza e, al tempo stesso, la necessità di una maggioranza politica più ampia, unanime, per dar forma all’impegnativo programma di investimenti che il Pnrr porta con sé. Un governo di unità nazionale, del resto, era una garanzia ulteriore per l’Europa, intenta a sostenere come mai prima il nostro Paese. Detto questo, la pandemia ha sicuramente cambiato un po’ la politica e i partiti, ora più attenti ai contenuti. Attenzione: li ha cambiati ma non ha fatto i miracoli, perché comunque permane in alcuni la tendenza a portare avanti battaglie di bandiera in modo poco responsabile. Sia chiaro: la dialettica in politica non è un male, ma il problema è quando diventa un braccio di ferro quotidiano. Ecco perché siamo in presenza sicuramente di un miglioramento che però, attenzione, può essere reversibile: non è detto che, se superiamo la fase cruciale, non ritorneranno i vizi di sempre. Il futuro è tutto da immaginare.

 

Il governo Draghi è un esperimento sui generis: uomini del premier nei dicasteri che contano, uomini di partito in quelli residuali. Perché secondo lei questa divisione netta? Chi è stato l’ispiratore di questa soluzione senza precedenti? In generale, crede che il metodo Draghi sia un esempio di ritorno alla politica o, al contrario, di allontanamento dalla politica?

La formula è effettivamente originale. In passato abbiamo avuto governi tecnici con tutti i ministri tecnici o anche ministri politici. Quella attuale è una formula rispettosa della maggioranza che sostiene il governo, dove tecnici e politici convivono. Non sono del parere, però, che i ministri politici abbiano ruoli residuali: gli Esteri, lo Sviluppo Economico e il Lavoro sono tutti dicasteri importanti, in mano a politici. È sicuramente un mix originale, nato da una chiamata diretta di Mattarella, che ha indicato Draghi quando i partiti non sono riusciti a mettersi d’accordo e senza concordare prima il nome con loro, rispettando dunque appieno la costituzione. Ne è nato un governo pensato per uscire dall’impasse in cui ci eravamo cacciati dopo il Conte due. Un governo che affronta i problemi con un suo stile, il che non vuol dire che non corra dei rischi, come nel caso della Ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, che giustifica la sua “incertezza” in casi come il rave party di Viterbo o l’assalto alla sede della Cgil con la necessità di non peggiorare le cose. Ma poi, spesso, le cose sono peggiorate.

 

Mario Draghi in tre aggettivi.

Italiano, freddo, deciso. Italiano perché oggi è il nostro connazionale migliore che possiamo vantare, quello più conosciuto, che ha avuto un ruolo internazionale più alto. In breve, una personalità di primo livello mondiale. Freddo perché di norma i politici tendono a dimostrare di essere appassionati, si indignano in pubblico di fronte a qualcosa di ingiusto, fanno solenni promesse. In altri termini, la retorica del leader politico, che finge una passione ideale ma spesso è solo un tentativo di ingraziarsi frange dell’elettorato, non riguarda il nostro presidente del consiglio. Del resto, è il primo caso nella storia di un premier che non sappiamo chi ha votato. Uno stile di leadership completamente diverso dai precedenti, riassunto nella sua frase “le cose che vanno fatte, si devono fare”. Deciso, infine: non si lascia distogliere dalla sua missione che è quella di vaccinare tutti gli italiani, ridurre la circolazione del virus, spendere i soldi del Pnrr. Tutto il resto non lo interessa.

 

Dopo la Prima Repubblica del bipartitismo imperfetto, la Seconda Repubblica del bipolarismo imperfetto e una Terza Repubblica del caos perfetto: si arriverà mai a un sistema politico funzionante e duraturo, a costituzione invariata?

A costituzione invariata è difficile. Purtroppo, la nostra carta prevede un governo debole e un parlamento forte. Oggi, poi, ci troviamo con un parlamento sempre meno degno, fatto di centinaia di persone che hanno cambiato casacca dall’oggi al domani, come in un sistema di porte girevoli: il problema, è che questi parlamentari sono dentro le istituzioni. Dobbiamo constatare però che anche paesi con sistemi più stabili stanno oggi provando difficoltà dovute al nuovo atteggiamento degli elettori, sempre meno tolleranti verso dinamiche di palazzo vecchio stile. Si pensi alla Gran Bretagna o alla Germania, dove sta per nascere un governo con tre partiti dentro, o addirittura gli stessi Stati Uniti. Insomma, siamo in presenza di un cambiamento più generale. Sicuramente da noi potrebbe aiutare a invertire la rotta un aggiornamento della costituzione.

 

Può bastare questo aggiornamento o serve anche un cambio serio di legge elettorale? Negli ultimi anni, ogni legislatura ha portato un sistema nuovo…

Purtroppo, quello della legge elettorale è un problema grave. Tutti, nelle ultime legislature, hanno modificato la legge pensando al guadagno contingente. Un guadagno che, invece, non si è verificato, anzi. Siamo stati in presenza di una vera e propria tendenza all’imbroglio, dagli esiti tragici, perché ora da noi, accanto ad un governo debole c’è un parlamento di basso profilo.

 

Centrodestra e centrosinistra: un punto di forza e uno di debolezza dei due “schieramenti”.

La forza del centrodestra è… il centrosinistra. Se, pur senza meriti, questa coalizione riesce ad essere maggioritaria nel paese, è grazie alla continua evocazione della “paura dei comunisti”, del pericolo di nuove tasse, di libertà negate e via dicendo. La debolezza, invece, sta nel fatto che non si presenta capace di governare, ma può giocare sul fatto che, se vincesse il centrosinistra, sarebbe ancora peggio. La forza del centrosinistra è una classe dirigente diffusa: soprattutto il Pd è il partito dello Stato, delle istituzioni, con personalità che possono ambire a ministeri di peso. La debolezza di questo schieramento, invece, è essere minoranza nel paese: se diventano maggioranza è solo perché si mettono contro la destra, danno vita ad una cooperativa elettorale ed esperienze di governo brevi e litigiose, come nel caso dell’Ulivo di Prodi.

 

Cosa ci ha insegnato la parabola dei Cinque Stelle?

 La demagogia ha sempre un prezzo da pagare, e ti si ritorce contro sempre. Bisognerà ancora riflettere a lungo su questa esperienza politica: non dimentichiamo, infatti, che a fronte di una leadership fragile come quella di Conte, specie da un punto di vista interno, o di clamorose retromarce come quelle sulla democrazia diretta, sulla trasparenza dello streaming (ora sono il partito più misterioso), e dei vincoli di mandato (Il Movimento 5 Stelle è il movimento che ha assistito al maggior numero di cambi di casacca), l’area che riuscirebbero a raggiungere i grillini è significativa. Anche per le ragioni dette sopra, legate a cambiamenti epocali che interessano gli elettorati di mezzo mondo. Per questo, la loro parabola non è ancora terminata del tutto: riusciranno a tornare a parlare a questo mondo?

 

Il Pd, alleandosi con i Cinque Stelle, vorrebbe proprio prosciugare il loro elettorato.

Ma il Pd è quanto di più distante esista proprio da questo elettorato. E infatti, i voti grillini si sono trasformati generalmente in astensionismo. Per questo, temo che non potrà mai nascere un’alleanza organica: alle ultime amministrative ha funzionato solo perché i candidati sindaco erano del Pd, ed erano comunque elezioni in cui si sceglievano soprattutto le persone.

 

Tutto questo mentre si scaldano i motori per il Quirinale: come andrà a finire? Draghi al Quirinale, e quindi non più presidente del Consiglio, sarebbe un bene o un male per l’Italia?

Se dovessi scommettere, perdendo, direi che al Quirinale non andranno né Mattarella né Draghi. Il primo perché, in questo modo, sarebbe un segnale di cattiva salute per l’istituzione, essendo di fatto il secondo mandato bis dopo Napolitano. Dranghi, invece, non avrebbe chance perché, essendo sicuro con lui il ritorno immediato alle urne, non catalizzerebbe il consenso di un numero ampio di parlamentari, anche alla luce del cattivo risultato alle amministrative dei partiti che avrebbero interesse allo scioglimento anticipato delle Camere. Il compromesso, quindi, ancora una volta andrà trovato in Parlamento, dove ci sono un centinaio di persone come “bagagli senza funi nella stiva di una nave”.

 

Proviamo a fare qualche nome.

Berlusconi non ci riuscirà perché il centrodestra non sarà abbastanza unito, ma attenzione: non è un tentativo di bandiera, come qualcuno lascia intendere. Prodi non prende voti a destra, in particolare in Forza Italia. Rimangono autorevoli nomi nel campo del centrosinistra: da Amato, candidato la volta scorsa ma bruciato da Renzi, a Franceschini, passando per Fassino e Violante, che addirittura potrebbe far convergere voti di Fratelli d’Italia. Nel centrodestra, la presidente del Senato Casellati potrebbe essere una soluzione plausibile. Se si vuole puntare, invece, su una figura istituzionale, perché escludere la Cartabia?

 

Le banche di credito cooperativo sono esempi di protagonismo dal basso: in Italia il popolo che ruolo reale ha nella vita politica?

Le Bcc hanno un ruolo fondamentale nel modello economico italiano. Un tempo, a dire il vero, ne avevano ancora di più, quando c’era una forte economia sociale di mercato, ma rimangono comunque una grande espressione di sussidiarietà in forza della loro prossimità sul territorio. Se sono un modello per la politica? Diciamo che la politica italiana oggi è proiettata su un altro “mercato”. Per questo, tende al basso ma non parte dal basso.

 

 

Antonio Polito

Giornalista e uomo politico italiano, è nato a Castellammare di Stabia nel 1956. Ha iniziato l’attività giornalistica a soli diciannove anni presso l’Unità, nelle redazioni prima napoletana, poi dell’Emilia Romagna e poi presso la sede romana. Nel 1988 ha cominciato a lavorare presso la Repubblica di cui è stato anche vicedirettore. È stato il fondatore e direttore del giornale della sinistra moderata Il Riformista (2002-2010).  Dal 2006 al 2008 è stato senatore eletto nelle fila de La Margherita. Dal 2014 al 2015 è stato direttore del Corriere del Mezzogiorno e nel 2015 ha vinto il Premio Giuseppe Tatarella per il giornalismo politico. Attualmente è editorialista e vicedirettore del Corriere della Sera. Tra i suoi libri più recenti: Contro i papà (2012); In fondo a destra (2013); Riprendiamoci i nostri figli (2017, premio Pavese 2018); Prove tecniche di resurrezione (2018); Il muro che cadde due volte (2019); Le regole del cammino (2020).